La riforma dell’assistenza territoriale italiana procede, ma il traguardo della piena operatività appare ancora lontano. Secondo il report dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali relativa al secondo semestre 2025 l’ossatura del Decreto ministeriale 77/22 è stata tracciata, ma i servizi e il personale mancano in gran parte delle strutture programmate. Meno della metà delle Case di Comunità è attiva e solo il 4% garantisce gli standard previsti, alimentando forti dubbi sull'effettiva integrazione dei medici del territorio.La riforma dell’assistenza territoriale italiana procede, ma il traguardo della piena operatività appare ancora lontano. L’ultimo monitoraggio Agenas, riferito alla seconda metà del 2025, scatta una fotografia nitida: l’ossatura del Dm 77 è stata tracciata, ma la "polpa" - ovvero i servizi e il personale - manca in gran parte delle strutture programmate.
Il dato più critico riguarda le Case della comunità. Su 1.715 strutture previste dalla programmazione nazionale, meno della metà (45%) risulta attiva con almeno un servizio. Tuttavia, l'analisi qualitativa è ancora più severa: solo 66 strutture (appena il 4% del totale) rispettano integralmente gli standard ministeriali, garantendo la presenza contemporanea di medici, infermieri e équipe multiprofessionali.
Nel Mezzogiorno si concentrano le maggiori difficoltà: molte strutture risultano attive solo parzialmente o con orari ridotti, evidenziando una carenza di personale dedicato che rischia di compromettere il modello della sanità di prossimità.
In questo scenario frammentato, le Centrali operative territoriali (Cot) rappresentano l’eccezione positiva. Con 625 unità attive, l'Italia ha superato i target stabiliti dal Pnrr. Tutte le Regioni hanno recepito le linee di indirizzo e la copertura risulta omogenea, confermando le Cot come l'unico tassello realmente consolidato per il coordinamento della presa in carico tra ospedale e territorio.
Per quanto concerne gli Ospedali di comunità, ne risultano attivi 163 su 594, per un totale di circa 2.900 posti letto. La distribuzione rimane fortemente sbilanciata a favore di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, mentre altre aree del Paese sono ancora in fase embrionale.
Sul fronte dell'assistenza domiciliare (Adi), i numeri sono invece incoraggianti: l’obiettivo di raggiungere il 10% della popolazione over 65 è stato superato, con 1,55 milioni di utenti nel 2024 e una proiezione a 1,59 milioni per l'anno in corso. Restano però lacune nella fornitura di dispositivi e nei servizi socioassistenziali in diverse zone d'Italia.
L'assistenza nelle fasi terminali raggiunge l'82% dei distretti attraverso le Ucp-Dom (Unità di cure palliative domiciliari). Anche qui, però, il divario Nord-Sud è marcato: Lazio e Lombardia guidano per densità di erogatori, mentre diverse Regioni meridionali faticano a garantire la copertura media nazionale.
I distretti sanitari sono attualmente 568, con un bacino medio di circa 103.000 abitanti. Il problema resta l'integrazione sociosanitaria: solo 15 Regioni hanno adottato atti formali per unire realmente i percorsi sanitari a quelli gestiti dai comuni.
Digitalizzazione. Quasi tutte le Regioni (fatta eccezione per Molise e Puglia) hanno attivato i flussi informativi territoriali verso il Nsis (Nuovo sistema informativo sanitario). Tuttavia, la realtà quotidiana di Mmg e specialisti deve fare i conti con sistemi aziendali ancora eterogenei, che rendono complessa la condivisione della cartella sociosanitaria e il dialogo tra le diverse piattaforme digitali.
Il monitoraggio Agenas conferma che la riforma è "a metà del guado". Il rischio concreto è che, terminata la fase di costruzione delle infrastrutture fisiche con i fondi europei, il sistema non riesca a garantire l'omogeneità delle cure. Per i medici del territorio e i dirigenti del Ssn, la sfida dei prossimi mesi non sarà più architettonica, ma legata alla gestione del capitale umano e all'integrazione dei processi clinici.
Dm 77: una riforma al metà del guado
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